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by on 01-03-2016 in Reviews

arlequins Maze of SoundDopo un EP intitolato “Man in the balloon” e datato 2013, arriva nel 2014 il primo full-length per i polacchi Maze of Sound. Si tratta di un gruppo di sei elementi (Kuba Olejnik alla voce, Piotr Majewski al piano, alle tastiere e al violino, Maciej Kuliberda e Rafal Galus alle chitarre, Bartosz Sapota al basso e Grzegorz Sliwka alla batteria e alle percussioni) che a quanto pare nelle esibizioni live presenta scenografie e travestimenti suggestivi, con evidenti influenze di quanto fatto in passato da Genesis e Marillion. L’ascendente che queste due storiche band hanno su esponenti del progressive rock polacco negli ultimi 20-25 anni è stato particolarmente forte. Andando a ritroso fino agli anni ’90, ricordiamo ancora vivamente come artisti del calibro di Quidam, Collage, Abraxas e Albion (giusto per citare alcuni dei più convincenti) abbiano dato una propria visione di new-prog partendo proprio da quelle basi. In particolare, “Moonshine” dei Collage ridefiniva un po’ il sound e gli schemi che un decennio prima portavano avanti Marillion e compagnia in Gran Bretagna, provvedendo ad un ammodernamento del rock sinfonico, curando diligentemente timbri, suoni e arrangiamenti, ponendo grande attenzione a melodia, orecchiabilità e buon gusto. Ecco, “Sunray” sembra erede proprio di “Moonshine”.

Okładka Sunray album cover maze of sound progressive rock art rock polish rock bandInfatti, tutto quanto appena descritto si ritrova per filo e per segno in questo cd dei Maze of Sound, che ci offrono nove composizioni che non vanno sopra le righe, concise e mai prolisse, con parti strumentali ben congeniate, tra solos eleganti e intrecci abili, il tutto senza inerpicarsi in soluzioni complicate. Tutto molto gradevole all’ascolto; formalmente davvero non si può eccepire nulla a quanto proposto dal gruppo e in più di un’occasione sembra davvero che si stia ascoltando qualche estratto del citato “Moonshine”. Ma se da un lato notiamo con piacere la bravura nel presentarci un prodotto interessante nella sua immediatezza, il rovescio della medaglia è che ad ascolti prolungati si nota che manca la scintilla e che ben poco si può dire sulla fantasia che scarseggia nella riproposizione, per quanto ben fatta e caratterizzata da un certo fascino, di strutture consolidate da decenni. Siamo comunque un bel po’ di gradini più in alto rispetto a quei prodotti fin troppo pubblicizzati oggi che prendono il rock sinfonico e lo imbastardiscono senza troppa creatività con ruggiti metal, con elettronica innocua e con superate atmosfere post-rock. Se i termini di paragone sono questi possiamo anche promuovere a pieni voti “Sunray”, grazie ai suoi contenuti e, in particolare, ad alcune punte di diamante (vedi la strumentale “Trick of the witch”, che può far correre più di un brivido sulla schiena di chi ancora si emoziona con questo sound). Se, invece, ci spostiamo in altri rami del prog dove si muovono artisti che riescono ad essere più incisivi con la loro inventiva, o se il cd in questione finisse nel lettore di chi non riesce a sopportare “livelli di glicemia” troppo alti, il discorso può farsi molto differente. Fatto sta che quella che oggi potremmo anche identificare come “scuola Collage” fa ancora proseliti e in questo campo i Maze of Sound dimostrano di poter dire la loro.

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